LIBRO 40 – Dolorosa è la felicità

VAI ALLA LETTURA →

LIBRO 40

Dolorosa è la felicità

Dolorosa è la felicità, priva di attese; perciò le metto in fila, le conosco; perciò seguirò – L’anno verso il dopo – La terra è ancora bianca del suo ghiaccio. E mi do tregua per rifarmi sentire. Oh! Fate, Oh pellegrini miei compagni! Vedo crescere il futuro di traverso, ma come pali di duro legno sembrano piantati / Gli alberi che saranno e gli usignoli attendo. Anche bisce, anche ragni, anche scorpioni. Cammina finché il sangue ti attraversa per quel che vedo. Dove sta il futuro? Non lo pronostico, non lo ipoteco – Solo vedo un libero erotismo di farfalle. Non si può scegliere delle verità quella che giova. Come felicità svanisce per un soffio perché non la vede l’anima che sente; comincia a immaginare chi sta dopo. Dov’è la prossima poesia, dov’è il nuovo metodo della scienza. L’anima portò odore di cavalli. E tu perché la sprechi? Io solo passeggiavo di qui: non seppi niente. Io e lui congiunti nella confluenza (dietro l’albero così / Animale rata). E la musica e il disegno dove avrà un senso? Non dico scopo che la bellezza non possiede. Tutti dobbiamo avere l’appetito e divorare la terra e percorrere la terra, inesplorata dal profondo cielo (robusto cielo). Si scioglie morbida la terra, quando il sole la tocca alla cappella, passeri fanno all’amore – Come posso sapere se questo è bello o brutto. Se non ti scosti dal sole – Prezzolata la scienza, la bellezza non appare com’è come di marmo. Invisibile al cosmo, presto mi risveglia per riguardare. Presto fui ferito dalla sete, così inesplorato, che dal cosmo sorgeva, lo prese la strega e rotolò dove nessuno lo cercava. Questo non è sicuro. Ma dai meandri del cielo qualcosa armeggiava, almeno dal nostro sistema così attento ad essere. Presto emetti foglie così che il sole brucia meno e i nidi si faranno e dove era il giardino questo ritorni – Si torna sempre lì, torna a pescare in torrente e palude, dove l’eco confonde la direzione. Scende il cosmo a dare pregio alla noia. Ho rivisto al mio fianco altre montagne camminando, e supreme rocce, il fango stride – Dove la guerra ora imperversa, Eva peccava, e che dire di Adamo, che scappò con la scusa di regole e doveri. Ho visto i vecchi poeti segnare a terra forme che dilavate e nella ragnatela dipanata catturava il cosmo che si dibatteva, e strappava gli ormeggi come vento. Ho visto molti uomini cercare oltre il fascino del confuso gioco l’anima del cosmo, misterioso come talpe che mondano la terra. Ti invitava alla pace: fosti violento. Il cosmo che ti avvolge di bambagia come una culla il cosmo – Così per caso andava biascicando. Rompi di schianto la mia felicità, connetti membra aperte alle parti del cielo. Spezza il pallido battito – Essere felice, non è di sgarbo al pianeta essere felice. Quando al sole si appisolava vide / Il cosmo alto cullarlo, come non avesse mai visto amore – Vide nel giorno la notte, e la notte vide rovesciata la routine del sole, dove tutti vedono e nessuno sa. La notte squilibrata senza orpello. Il dolore scoperchiare del non fatto, non avvenuto – Persefone, che misti pensieri ora mi alterni – Mutare ciò che è stato e cambia, trovare molteplici destini, cuciva notte a giorno, come è giusto sospirava cantando, di bellezza inespressa mai sverginata, neanche con brutalità – Abito coi limoni nelle serre e ascolto alle campane la precisa ora. E la mezza ed il quarto. Sapevo il Paradiso, in cui l’arca salvò il resto. In quest’isola non mi dovevi abbandonare, Padre, sangue del tuo sangue, e come me biasimavi il destino. Primario venne il mito, articolando i fatti – Persefone, come me migravi a primavera e raccoglievi finalmente; Persefone, come me, dolce clessidra. Fuori dal sogno tutto ciò m’appare un calcestruzzo. Voglio tornare dove mi persi e tutto il ritrovato tremito sia bendato e riverso, abbia capriccio, il sogno riemendare, ma la vita pagare le indulgenze ben pasciute. Fioco stagno in cui nacqui, chi mi ha animato? Anch’io per il nulla son passato. Di tutto che importa, notte o giorno. Il patibolo è stretto, non ci passa il collo: artefice meschino, tu rifallo! Io vivo, ho voglia di restare, senza che nessuno chieda. Stupida bonaccia che m’accogli e voglio varcare; Un uomo è più selvaggio e non sta nelle strette. Di giorno raggi e di notte il fuoco. A quegli uomini avari che hanno fatto solo sé di sé, per quanto orgogliosi vogliano comprare anche dalla morte il giorno, nulla cede, si arresta alimentando il nulla con il nulla. La cinciallegra canta la sua tiritera. Scalzo, in questo poderoso silenzio.

Camminava dopo la notte insonne quando la terra è dura. Quante volte attesi dal suo fiore risbocciasse il sole; avanza prima la nebbia, quando il sole appare. Come quando il mare si solleva dorato, e alla reggia non manca mai il sole – Il popolo è diradato e silenzioso e sbuca per le diagonali. Proprio ora percorrendo nuovi mari scoprii nuova terra; e il pianeta fu dell’Europa. Poi la visione scarica dei piccoli pianeti incrinò la limpida sfera e la misura; presto vide piccole cose generare nelle grandi e vita trasmutare nelle forme, una nell’altra, e particelle contare e combinare e macchine volare finalmente. Tutto precipitò e il cosmo si risolse in pochi anni. Dove distanze contavano a millenni vide spirali e vortici mescolare le stelle ed altre nuove e contenere immagini (parte reversa). Poi crescemmo troppo in numero e in desideri. Così dal pianeta al cosmo conquistammo l’idea. Ma interessa il possesso – Qui dobbiamo rivolgerci ai popoli, che decidano prima per uno, fuori dal legittimo, nel vero. È venuto il tempo in cui le anime acerbe potranno essere felici, libere. Il fuoco dalle sue catene, soffocato dal divenire, esce e perfora. Ma dove sbuca? E appare come un fanciullo più bello – Se la nascita nuova proclamiamo, nella terra di lupi non possiamo lasciarla. Che importanza ha la nascita del nuovo. Non così velocemente e immotivato. Brucia con lentezza la misura. Qualcosa diverrà presto il futuro, avrà stabile dimora. Sii pacifico, aspetta.

Mi consola la terra, segnata dai graffiti del sole, per imparare chi sono: sigla ed ombra contraffatta. Dio vive lontano. Queste cose non sono favole, sono vere. Credi a quel che sai e in parte vedi. Questo non è come il denaro, sottratto ai topi e rosicchiato. Non credere la risposta sia dovuta. L’argomento può consumarti la vita, distoglierti da altro e non esser pronto. Vedi che uno è sempre presente e sempre assente. Io pago il tuo tempo, quindi rispondi. Vedi quello che è, guarda di sospese miriadi riflesse, gruppi di luci ignare. Non festosi cani intorno. Quel che chiami mistero ha doppia forza perché è e contiene. Non darmi giuridiche giustificazioni per non essere qui, per non aver dovuto. Illegittimo scrigno della partenogenesi, devo ancora dirti, senza offesa, che non hai capito. Io non mi sottraggo. Qui presente è la notte, anche se non vista – Avrei dovuto gestire un giaccone più brutto, per essere il mendicante che tu credi. A te, non ai presenti che hanno idee maniacali – Senti che l’acqua stride, da sportello di chiusa centrale, ultima lasciata – Nessuno come me fa gli affar suoi, segue la piantagione d’altri senza un profitto ed è felice. Profitti non ha più un vecchio, se non traslati – Io, che li sento, sanno / Quanta attesa e nostalgie e quanto rischio le idee discese a dipanare e rifilare – Scevola! Lasci la mano ma hai ben fatto – I nomi riproducono i fatti. Quanto sono più lontani da me, di gente che ha la testa, non la mano avrebbe dato per confermare la parte, con caparbia, per trascinare con la follia l’ammirazione – Quanta la convinzione nella guerra, eppure non dimostri il giusto / Questi sono fatti terreni: altro comporta il pericoloso dipanare dei pensieri. I fatti son veloci, non i pensieri che evolvono nelle epoche e negli anni. Troppo lontana è l’isola anche per loro. Mente almeno terrestre, senza propria coscienza. Forse è piuttosto l’uomo ce converte le arti e la sapienza e in questa mente densa, non sperando presto – Non insegna di più di quello che sei tu, uomo, non insegnerà presto, ma solo precetti, solo precetti e modi – Sono cani buoni, ma sporcano e strappano – Gli scopi ce li hai: non hai grandi / Dubbi sì! Che Dio mi invada! E molteplici dei, venuti da lontano, brusanti come insetti, contornino la fermezza ed il mistero – Degli astri conta il numero inesatto, ogni nuovo, uguale è per me più la prova. Di là ero oltre della primavera, all’influsso delle biblioteche. Là è costruita la leggenda che lo spirito sbreccia. Non credere l’oggetto sia oggettivo, nella magra enciclopedia. La leggenda è vera, quello che vedi è vero, di leggendarie fate, disperse oltre. Quello che ancora scopriamo sono un numero, non un nome – Dove vai presso la foresta, all’ombra della colonna rifugiato. Intere biblioteche son sprecate, che nessuna sfoglia di pagine taglienti, che nessuno ricopia come amanuense e la muffa macchia a rose prevalenti. La memoria di un canto, un detto, marmorizzato di poesia – Da dove spuntano uccelli dalla macchia, dal deserto impossibile dove si spende la conoscenza, per arare in allineate strie, come l’uomo antico imparò a ferire con la punta la terra e inaridiva al sole lo stelo di ogni fiore. Gli amanti si rialzarono da lati angusti; non dall’erba sotto le foglie grosse dei banani. Il peso delle città oppresse l’uomo in litigi infiniti. Il peso delle pretese verità servì allo scettro ma dal pensiero arando favole congiunte e pensierini fiorivano alla mente in geroglifici, ideogrammi, parole, monumenti ed atti; e date fu descritto, depositato in libri, ciascuno senza conclusione. La casetta vedeva assai lontano, pur minuta, e l’ampiezza solare nel suo giro. Di progetto un po’ aggressivo qualcuno che dica i segni ultimi e così sia giusto al monaco ricancellare. Dolce demonio, alzati la maglietta, ma se il tempo è così breve non è più indecente. La bellezza ponesti nell’immaginazione – Videro un istante tette belle, accese alla punta e il resto una lastra vibrante. Quanto deve durare, in eterno? Il sogno che abbia vita.

(Notte) Io, per un unico foro della notte, vidi una luce vinta, seppi l’opposto appoggiato al vento. L’inestricabile ibrido connubio cui fummo prestati per percorso. Nulla, pessimi alchimisti, abbiamo purificato, ancora noi abbiamo combinato. Non darmi regole e dettami, non vengono dal cielo e a nessun re viene il mandato. A chi piega la terra risolvi la maledizione. Tutte queste anime abbiamo ucciso, nessuna è sopravvissuta. Non le hai viste, non le hai più capite, non le hai ammesse. Senti! Andiamo via! Il labirinto non reggi. Ma si placa la frenesia e la lettera chiusa, prima di vivere dovremmo fare il testamento.

Quanto al gioco compete, quanto alla guerra, al sorriso e al dolore diede posto, nulla poteva esistere da solo. Mi guardavo il palmo, torturato.

100 volte veniva ragguardando misure di misure, possedendo bellezza dove si è creata. L’alimento fu inizio la mia vita.

A questo bordo, dove il libeccio freme e insulti, tieni alta, porta all’uomo la testa finché il miscuglio persiste del mare e il tonfo; finché questa sponda e terrazza è prospicente al vento migrano persone a costatare il mare per gli odori densi. Squallidi odori dei dissanguati, spoglie di caccia. Nessuno guarda il gioco, a quante carte sia fatto. Questi che sorregge non è acqua o aria ma è il caso aperto. L’importanza svanisce, forse una strada di leggeri segni. Il valore lo sappiamo, è un consenso che si assembra e scioglie. Tu assoluto con un Dio non rimani mai. Si suppone abbia desideri più compiuti,. Scivolato l’appoggio del destino ma leggero, precipitando lieve, volteggiando, aleggiando. I segni della morte non tracciare, dubbi e confusi – Ci sono ombre che non si scollano da terra e l’uomo le attraversa minore, inappropriato luogo per i viventi, messa una virgola sullo spigolo del vento. Ho messo anime scure a compensare follie. L’essere sarà stato di minute faville. Se mi credi cosa importa, quanto importa, non lo puoi sapere – Il destino si è aperto come una voragine, verso quello che non poteva essere.

Vuoi modellare il sogno che è già fluido come vento. Dove va, vuoi sapere. Per conoscere con cosa stampo mente, ed è felice. Ma dove va il suo sogno resta un mistero aperto.

Ghiotto di primavera tutto è perso, ha perduto la via. Non io, che qua aspetto, non tu nemmeno, ma patti acerbi e fieri. Fatti di gloria che la storia modifica e conclude. Non io, non tu, sono aperti. No sul vento, ma più lontani. Si è perso, sono qui, vedi, e non c’è strada per il dovunque. Perché la meta dovrebbe essere altrove. I significati sapienti sono rimasti geroglifici. L’eleganza è il solo segno di superiorità dell’uomo al suo senso. Scesi a cavallo, veloce sulla china, con ampio contenuto d’essere; il segno si è mosso rapido, sorridi a questo vento –

Chi vàluta il valore, chi ne attinge speranza o scopo, chi lo prende e valorizza il tuo nome? Chi ti trascina in alto? Lo assembrano posticcio / Eccoti accoccolato col valore, come una pretesa. Il mondo rientra in questo, non ne esce. Accovacciato sul mio valore, cosa ricordi e quanto che sia messo nell’uovo incrostato di meraviglie. Ovoidi e geoidi stampati sulla dimora della terra – In un museo la vita bene s’arresta e prendila. Dove noleggi cirre – Terra piegati, non c’è argilla sterile – C’è qualcosa che esiste e qualcosa no. Deposto l’uovo nero, più dell’altro ramifica. Più dell’altro regna – Re delle terre incolte, molteplice animale, accucciato sono a terra per guardarti.

Un esercizio d’essere fai stamane pensando. Oltre il sole, cercavi, disse, dove c’era spirito non c’era bugia, ma bugia affermare – Dopo il sole l’insetto si riprese il suo spazio e le campane fuggivano a tappeto in un suono congiunto. Tutti voi vi trascinerò presto nell’essenza simultaneamente. Scomparirete come sogni senza potervi ferire.

Prese lo scopo e lo ruppe – Trovò desideri fragili, polverizzati. Aspetti che si rigeneri dall’involucro il contenuto – Percorro i parchi nelle domeniche silenziose. Le forme si sono contratte per avere un balzo – La forma s’azzarda più oltre. Eccoti mondo infame, quello che ho raccolto. Allora già sapeva, allora le principali meraviglie. Povero è il bagaglio, ma se ne avete meglio – Di fatto cercavo te nel successivo mondo. Uno dopo l’altro i fatti, quali sono quelli nuovi, applica le forme che riconosce, applica il tuo sogno sopra il mio. Entrato nei vostri corpi, come un virus, vorrei iniettare un poco di destino – Perciò sostenere gli inulti, le manovre. Il maleficio che fece non fu grave. Era pescoso il mare. Nei profondi ripostigli della terra, acqua diffusa, forme ritirate e deformi. Là ridisciolti i limiti del vento, nulla che sia stato è ora solo decorazione – Io e tu, esistenti, mentre facciamo, pur in tempi slittati. Benché diversi e di tempio diversi, nel buio della minaccia però l’esistente, il contenuto non è che una breccia nel contenitore. Io, tu, chi guardava e chi sapeva da lontano – Cose aperte e chiuse, slittate sulla breccia, impronte fra le rocce, loro natura è questa ora, non meno e non più. Nulla perde sostanza e, vedi, è. Guarda con me il potente scoglio. Scuoia la pelle al mondo e, come me, esamina con colpa. La nostra vita è diafana. Malgrado lunga non possiede nulla. Quello che ha contenuto ha ormai scartato. A noi piacciono cose e meraviglie che teniamo appesi al vincolo del valore, ma il valore svanisce ed essi si staccano come fagioli. Non impallidire, il lembo che è più sano e che è più rosso.

Meravigliose cose e belle, difficile dare forma d’avvenire, oltre il sole superbo. E migrando fra gli avi e le parole. Io stesso non comprendo nulla di me stesso e del valore, racchiudo il vuoto tenue, come in un bicchiere. Il passo non è fatto ed è già fatto. Voglio imbarcarmi col nemico e raggiungere sponde. Non devo essere più veloce ad andare, di quanto dietro, sogni si possono formare. L’ombra segue il ghiaccio e si ritira, così sarà bordata e definita al bordo. E poi la terra schiuma, per restare schiuma. Mostratemi la catasta dei vostri idoli che non hanno avuto storia – Sentivano che l’amore ha la forza di un dio, che ondulando, sbattendo, alla debole morte toglie fiato. Un concime fetido riceve / La terra – Come onda parallela batte la spiaggia. Gli ordini delle generazioni sono portati. Modificando e ristrutturando con cautela – Lì ho imparato che nelle schiere spillate – Qualche volta il suono raggrinzisce al vento. Brevemente fiorisce il tulipano, per il resto sommerso. Sprofondava la faglia ad estirpare e gli versò concetti che nascessero svelti. Viste le roventi terre arrotolarsi. Quello che difendeva l’anima non era vinto. Ma dove guardava – Non era quel che era, ma quel che poteva essere. La terra si screpola e si fende. La luna è ad un quarto: notte e giorno divisi nettamente. La luna d’un quarto divisa fra notte e giorno dal taglio netto. Guarda, non possediamo la sapienza del diviso. Primo indizio dei pianeti. Pesa il tempo di battiti. Chi tiene l’ovulo del tempo nel suo grembo e non lo partorisce? (Ognuno è sé stesso, purtroppo).

Il re si tolse, e il mendicante disse: come posso comunicare con l’umanità? – Contornato di barba rotonda. Quando l’alto falco apriva le braccia attente riscoprendo tesori sepolti dalla garza. Quelle meraviglie ancora sporche, come appena nate. Chi le ha nascoste, io? Le meraviglie raccolte per esistere / E fare il nido ora, per lasciare. Sento le gambe e i muscoli e le ginocchia audaci.

Nascono le nuove città, gugliate e puntute. Disseppellisci l’oro che trovi ovunque, e la nuova città nascerà piena di guglie. Scambia il pensiero, che è frutto della mente – Nel calice fermo questa notte non oscilla il pino – Dorato è dalla mente il pensiero, il travaso. Nascerà la città sui fossili, sulla colpa – Unica città di cristalli che ricopre il paradiso fertilizzato, con il nero sangue – Scrostato, di qualche parola rinvenuta, pur alcune erose – Pur l’anima non li incendia scesa a terra. Gli uomini guardino dalla città unica avvenire – Unifica la città, unifica il pensiero con tono variopinto. L’essere non ha che una forma, per cibo sufficiente – Città universale. Pur si assottiglia e per considerare la città unificata di cristallo. Voci di pallidi precipizi. Per un attimo salii, vidi le scelte cominciare, emergere dal nulla, il discusso gioco. Marciavamo insieme nella stessa direzione per amore. Ognuno si insinua nella morte colle sue tracce sparse e i suoi disegni sopra il rombo del drago. Il tuffo è un volo, il braccio che prendeva la sua forma rimase in moto. La gloria non serve più, quindi facciamo tutto / Per altruismo. Entravo nella morte come un tuffo in acque fuse in cui non ebbi tempo di riconoscere ombre – Non era sicuro per sempre il castello, ma dava tempo ai duchi di fuggire. Sparsero lettere e schizzi per scappare, argenti ed ori e i duri marmi. Essi poterono lasciare castelli che ora i popoli invadono liberamente, presi con violento denaro, che lanciato uccide. Tutto ciò è strano, tutto ciò riemerge vivo ed alterato, non la coscienza e l’anima che sparge frutti. Tu che per vie remote mi seguivi. Può ciò che nasce, può sparire? Crescere non stupisce, e dell’anima non li incollare – Forme ampie e risvolti e i dendrìmeri densi. Non spreco i soldi con puttane, ma con le muse. Perché provata una, sono già tutte, così prossimo al Foro, dove consegno cose, per scambiare. Dici parole vaghe variegate d’assurdo, sempre più delicate e senza peso. A te ogni beneficio preservare quanto e finché puoi.

Ho cercato l’acqua, che velocemente sfugge – Torna lentamente agli elementi, sparsi e divisi. Ma l’anima in attesa, prendendo vento.

Solverwp- WordPress Theme and Plugin